Forse non tutti sanno che a Palermo esiste un convento di frati Cappuccini, nel cui sottosuolo esiste un terrificante cimitero “a corpi scoperti”, le cui origini risalgono al sedicesimo secolo. La macabra struttura accoglie circa settemila cadaveri vestiti dei loro polverosi abiti originali, appesi lungo le pareti, sistemati in antichi scaffali, oppure stesi nelle casse da morto scoperchiate e nelle nicchie scavate nel tufo. Il cimitero è visitabile; ma eccone la storia. Pur avendo ottenuto dal Papa l’autorizzazione a seppellire i loro morti all’interno delle Chiese, i Cappuccini Francescani che si stabilirono a Palermo preferirono scavare una profonda cisterna accanto alla Chiesa, dove i cadaveri venivano calati e rimanevano ammucchiati alla rinfusa. Nel 1597, giacché la fossa era divenuta insufficiente, decisero di realizzare un “cimitero sotterraneo” più ampio, e iniziarono a scavare dietro l’altare maggiore. Il cadavere con il quale nel 1599 venne “inaugurato” questo nuovo e singolare cimitero appartiene a Frate Silvestro, un monaco di Gubbio morto mentre si trovava a Palermo. Nel traslare i corpi nella nuova ubicazione sotterranea, i frati notarono che erano rimasti interi, nonostante fossero stati sovapposti gli uni agli altri senza cassa e avvolti soltanto da un lenzuolo. Il fatto suscitò scalpore tra i frati, i quali intuirono che l’ambiente tufaceo doveva essere in qualche maniera responsabile del fenomeno. Visto il risultato, per quasi tre secoli, dal 1599 al 1881, i notabili di Palermo affidarno ai frati il compito di mummificare e custodire anche i loro defunti. I corpi venivano collocati in appositi colatoi e trattati con bagni a base di aceto e di acqua di calce. In pochi mesi le carni si rinsecchivano, acquistando una durezza e una compattezza simile al cuoio che resisteva nei secoli. A questo punto, venivano rivestiti con i loro abiti e collocati nei sotterranei, dove i parenti potevano visitarli, ritrovandoli in molti casi quasi intatti, con l’ illusione che non fossero del tutto scomparsi da questo mondo. Ciò che colpisce, sono le notizie sul metodo utilizzato dai frati per la conservazione dei cadaveri. Probabilmente tale metodo doveva essere così usuale, che nessuno degli autori di quei tempi ha ritenuto opportuno riportarlo nei suoi scritti. Il primo a parlarne fu Gastone Carlo, che nella sua opera “ Viaggio in Sicilia”, del 1828, riferisce che i cadaveri venivano posti in una stanza, distesi o seduti. Serrata bene la porta perchè non ne uscisse il terribile fetore, vi rimanevano per un periodo di circa un anno. All’apertura si ritrovavano intatti e ben conservati. In un verbale del Senatore della città di Palermo, Federico Lancia di Brolo, si precisa che altre volte i cadaveri, non più di otto o dieci, venivano introdotti in una stanza, distesi sopra una specie di graticola fatta di tubi di terracotta e, sbarrate ermeticamente le porte, vi restavano per otto mesi o un anno. In seguito venivano trasportati in un luogo ventilato protetto da una tettoia, dove venivano lavati e ripuliti con acqua ed aceto. Alla fine venivano rivestiti e ricomposti nelle casse di legno o nelle nicchie scavate lungo i corridoi. Nei periodi di gravi epidemie, per evitare il contagio, si immergevano i cadaveri in un bagno di arsenico o di latte di calce. Questo metodo, per esempio, venne usato anche per il cadavere di un certo Antonio Prestigiacomo, caratterizzato dal colorito rossastro. Altre volte si adottò un metodo a base di farmaci inventato da un certo dottor Solafia, del quale però non si conosce l’esatto procedimento. Tale trattamento fu impiegato sul cadavere della piccola Rosalia Lombardo, morta il 6 dicembre 1920. Si dice che il corpicino fu trasportato nel cimitero sotterraneo affinchè il dottor Solafia procedesse all’imbalsamazione, per poi essere seppellito altrove. Ma il dottor Solafia, dopo aver iniziato il procedimento, morì per cause sconosciute. Per cui l’operazione rimase incompiuta e il corpicino - comunque perfettamente conservato - rimase abbandonato ai piedi dell’altare che, in ricordo dell’avvenimento, è stato dedicato a Santa Rosalia. L’usanza di affidare i defunti ai Cappuccini cessò nel 1881. Attualmente sono rimaste le spettrali mummie, a solo uso e consumo dei turisti che con morbosa curiosità – ma, ci si augura, anche con un sentimento di rispettosa pietà – affollano i tenebrosi corridoi per provare il brivido, innocente e macabro, di un passato lontano, ma ancora perfettamente tangibile.
Così lo hanno descritto
Questo strano cimitero ha destato la curiosità di molti illustri visitatori, fra cui il poeta Ippolito Pindemonte che nel 1799, visitandolo nel giorno dei morti, così lo descrisse in versi:
«…paziose, oscure stanze sotterra, ove in lor nicchie, come simulacri diritti, intorno vanno corpi d’anima voti, e con que’ panni tuttora, in cui l’aura spirar fur visti; sovra i muscoli morti e su la pelle così l’arte sudò, così caccionne fuori ogni umor, che le sembianze antiche, non che le carni lor, serbano i volti dopo cent’anni e più: Morte li guarda, e in tema par d’aver fallito i colpi».
A titolo di riconoscenza, la città di Palermo, chiamò la strada che porta alla Chiesa e quindi al cimitero, “Via Pindemonte”. Anche il celebre scrittore francese Guj de Maupassant, visitandole nel 1885, si soffermò lungamente sul metodo dell’essiccamento. Giacomo Leopardi, nei “Paralipomeni della Batracomiomachia”, ne fa un’interessante descrizione:
Son laggiù nel profondo immense file di seggi ove non può lima o scarpello, seggono i morti in ciaschedun sedile con le mani appoggiate a un bastoncello, confusi insiem l’ignobile e il gentile come di mano in man gli ebbe l’avello. Poi ch’una fila è piena, immantinente da più novi occupata è la seguente.