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| SPECIALI DAL MONDO |
| IL LATO TRAGICO DELL'IMMIGRAZIONE ILLEGALE |
| SPAGNA, EMERGENZA CLANDESTINI - da POLIZIA MODERNA |
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Giulio Rosi |
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| Un sub recupera il corpo di un affogato |
Una recente inchiesta ha rivelato che attualmente la maggiore preoccupazione degli spagnoli è rappresentata dall’immigrazione illegale. L’invasione massiccia di stranieri non documentati, che affluiscono quotidianamente in Spagna violando con espedienti vari le sue frontiere aeree, terrestri e marittime, è salita al primo posto nell’allarme sociale, lasciando indietro per la prima volta il terrorismo separatista basco dell’ETA. Secondo l’opinione pubblica, alimentata dai dati che fornisce la cronaca, la situazione di isolamento e di grave disagio in cui vivono i clandestini li rende, più o meno volontariamente, vulnerabili agli allettamenti di una criminalità internazionale sempre più spregiudicata, arrogante e sanguinaria. Ma sarebbe ingiusto fare di tutt’erba un fascio. Attualmente, su una popolazione di 44 milioni e mezzo di spagnoli, circa il nove per cento è costituito da stranieri integrati nel tessuto produttivo del Paese. Gente in qualche modo utile per i lavori meno graditi e per aumentare l’indice di natalità decisamente basso. Il problema vero è rappresentato dagli altri. Si calcola infatti che almeno un milione e mezzo di immigrati clandestini, provenienti soprattutto dai Paesi ex-comunisti, dal Sud America, dall’ Africa e dalla Cina, costituiscano il potenziale bacino di manovalanza per le 542 “mafie” straniere che operano in Spagna, ciascuna dedita alle proprie specialità criminali: la bulgara ai furti di auto di lusso, la russa al riciclaggio del denaro, la nigeriana e la ucraina allo sfruttamento della prostituzione, la cinese alla contraffazione dei documenti, la colombiana e la boliviana al traffico di cocaina, l’equatoriana al borseggio, la marocchina al traffico di hashish e di esseri umani, e così via. Ovviamente ogni attività criminale non esclude altre forme delinquenziali, che all’occorrenza collegano fra loro le organizzazioni per portare a termine progetti illegali di comune interesse.
Varco terrestre: frontiera franco-spagnola
È l’ingresso abituale dei clandestini provenienti dall’Est europeo, soprattutto Bulgaria, Romania, Russia, Ucraina, Polonia e Kossovo. Si calcola che solo nei primi quattro mesi di quest’anno, dal valico catalano della Jonquera, siano entrati più di 60 mila solo fra rumeni e bulgari. L’eliminazione del visto d’ingresso per chi proviene da quei Paesi permette agli illegali di fingersi turisti. Ma finita la “vacanza”, nessuno di loro torna indietro. Per complicare i controlli i falsi vacanzieri arrivano a valanga, preferibilmente di notte, stipati su colonne di vecchi autopullman. Altri arrivano in treno, ma scendono prima della frontiera alla stazione francese di Cerbere, vicino a Port-Bou, ed entrano in Spagna percorrendo a piedi il tunnel ferroviario che collega i due Paesi. In molti casi esibiscono falsi contratti di lavoro e documenti di residenza abilmente contraffatti, che le cosche mafiose gli procurano per 6.000 euro. Una volta entrati, qualcuno si arrangerà strimpellando una fisarmonica in giro per i ristoranti o adattandosi a lavori saltuari, ma molti resteranno schiavi delle “mafie” internazionali o delle bande che terrorizzano molte città spagnole, come quelle formate da ex militari albano-kossoviani, che compiono furti e violente rapine nelle abitazioni anche in presenza dei proprietari.
Da Ceuta e Melilla alle “carrette del mare”
Per arginare il fenomeno migratorio proveniente dal Nord Africa, a monte delle due enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, nel tratto di confine con il territorio marocchino, sono state costruite due altissime barriere di doppia rete e filo spinato, sormontate da torri di avvistamento vigilate da agenti della Guardia Civil e soldati, dotate di sofisticati sistemi di allarme, fari alogeni, videocamere e sensori volumetrici. A qualche centinaio di metri, in una zona neutrale, vivono precariamente accampati migliaia di clandestini, acquattati nella boscaglia in attesa di tentare il salto oltre la barriera. Nelle notti senza luna centinaia di disperati appoggiano alla rete delle rudimentali scale di legno – ne sono state sequestrate oltre 200 - e si lasciano cadere dall’altra parte. Molti si feriscono. Qualcuno ci rimette la vita. I pochi che ce la fanno finiscono a tempo indeterminato nei Centri di Primo Accoglimento, come quello di Calamocarro, a Ceuta. Qualcun altro, d’accordo con la mafia marocchina, cerca di raggiungere il porto di Algeciras nascosto nel doppiofondo di un camion. L’ultimo che ci ha provato è morto soffocato per il caldo torrido e le lunghe attese dovute ai controlli. La crescente difficoltà a superare questo sbarramento ha dirottato gran parte dei flussi migratori illegali verso lo Stretto di Gibilterra, dove la Spagna è più vicina, usando le cosiddette “pateras”, vecchie carrette del mare gestite dalla mafia marocchina, il cui affondamento provoca ogni giorno vere e proprie stragi. La traversata si affronta di notte - senza salvagenti o scorte di acqua, per imbarcare più passeggeri - puntando la prua verso le luci dei distributori di benzina dislocati lungo il litorale andaluso. Fra i clandestini figurano spesso anche dei bambini e qualche donna incinta, che viene a partorire in Spagna nella speranza che questo basti per non essere rimpatriata. Il più delle volte le correnti che attraversano lo stretto spingono le fragili imbarcazioni al largo, dove le onde ne provocano il ribaltamento. Il resto è cronaca di ogni giorno.
La droga e i varchi aeroportuali
Per quanto l’immigrazione via mare sia tragicamente spettacolare per la sua elevata percentuale di mortalità, è attraverso gli aeroporti di Madrid, Barcellona e Malaga che arriva la maggior parte degli immigati regolari o clandestini presenti in Spagna. Ed anche la maggior parte di cocaina destinata all’Europa. Per sopravvivere molti di loro dovranno adattarsi a lavori pesanti e malpagati, ricattati dagli sfruttatori che gli hanno organizzato il viaggio facendoli indebitare per sottometterli. Sembra paradossale ai nostri giorni, ma alcuni saranno venduti come schiavi, per 600 euro, ad impresari privi di scrupoli, che dopo averli privati dei documenti di identità, per una paga quotidiana di cinque euro li costringeranno a lavorare nei campi dodici ore al giorno, alloggiandoli in vecchie baracche isolate e senza servizi igienici. Per molte donne, ingannate con la promessa di un lavoro, una volta arrivate si apre la via della prostituzione. Quelli che trafficano in droga provengono soprattutto dal Sud America. Ovviamente anche loro si fingono turisti, o esibiscono documenti di lavoro contraffatti, rilasciati grazie ad una rete locale di complicità che include medici, avvocati, gestori di agenzie di collocamento e abili falsari.
In attesa di una improbabile regolarizzazione
Ovviamente non tutti gli immigrati finiscono nelle file della peggiore criminalità organizzata e della prostituzione, anche se non si può dire che loro situazione sia risolutiva. Per esempio, gran parte dei subsahariani, soprattutto i senegalesi e in genere gli africani di colore, arrivati in qualche modo in Spagna con le proprie mogli, in mancanza di alternative vengono ufficiosamente inquadrati in organizzazioni assimilabili a mafie “leggere”, strutturate come un arcaico “franchising”, che li obbliga ad acquistare la sua merce, mandandoli sui marciapiedi o lungo le spiagge per cercare di piazzare prodotti artigianali africani, tessuti esotici, occhiali da sole, collanine e orologi placcati, falsi articoli griffati e copie illegali di compact-disc. Il loro nemico numero uno sono le polizie municipali, che ogni tanto gli sequestrano tutto, pur lasciandoli liberi di andarsene. Una specie di assicurazione, tacitamente stipulata con i loro fornitori, copre in parte i danni dell’imprevisto. Ma solo per una volta. In molti casi questa modesta attività commerciale, soprattutto perchè insufficiente per sopravvivere, nasconde altre forme, più o meno sporadiche, di illegalità, come lo spaccio di droga. Nelle località balneari, le loro donne, vestite con i variopinti costumi delle loro terre, si arrangiano acconciando con treccine stile “afro” le chiome bionde delle turiste nordiche. Vivono come possono, in costante attesa di qualcosa che non arriva. Se riusciranno a resistere un paio d’anni senza essere rimpatriati, e conseguire un improbabile contratto di lavoro, la nuova legge varata dal governo spagnolo gli permetterà di restare legalmente.
Mauritania: l’ultima tragedia del mare
Dall’inizio di quest’anno, anche come conseguenza dei controlli esercitati sulle coste dell’Andalusia attraverso un sistema elettronico di intercettazione radar detto SIVE - che fra l’altro ha permesso ai pattugliatori della Guardia Civil di salvare dal naufragio centinaia di immigranti illegali - l’origine dei flussi clandestini si è spostata sulla Mauritania, dando vita ad un imponente quanto micidiale fenomeno di immigrazione, protagonizzato da individui provenienti principalmente da Senegal, Costa d’Avorio, Guinea, Sierra Leone, Mali, Ghana e Nigeria, i quali affrontano oltre mille chilometri di oceano Atlantico cercando di raggiungere le isole Canarie a bordo di piccole imbarcazioni chiamate “cayucco”, buone per la pesca sottocosta, ma assolutamente inadeguate per il mare aperto. Possono ospitare una trentina di persone, ma i trafficanti ce ne stipano anche cento. Il risultato è sconvolgente: solo nei primi tre mesi di quest’anno si calcola che oltre 2.000 clandestini siano affogati nell’Oceano Atlantico. In media solo uno su tre riesce a sopravvivere; ma la strage continua e il mare restituisce ogni giorno decine di cadaveri. Ciò nonostante, per cento che ne partono altri mille si mettono in fila. Attualmente la Mauritania, e il Sahara Occidentale, sono diventati la principale porta d’uscita dei clandestini africani verso l’Europa. Da gennaio a luglio oltre 1.200 imbarcazioni di clandestini sono approdate sulle spiagge delle Canarie. Impossibile sapere quante siano quelle affondate. Nel frattempo, lungo la costa africana é scoppiato il “business”, la vendita di motori usati e di apparecchi portatili GPS è aumentata del cento per cento e sono aumentati i furti di barche a danno dei pescatori mauritani e senegalesi. Parallelamente si è sviluppato un fiorente mercato di imbarcazioni usate, in prevalenza cayucchi, gommoni e canoe senegalesi. I rischi sono enormi e tutto è affidato alla sorte. Bastano infatti il mare mosso, l’arresto del vecchio motore, l’esaurimento delle pile del GPS, il repentino cambiamento del tempo o l’impatto con correnti che trascinano la barca al largo, verso il punto di non ritorno, per trasformare il sogno in una tragedia mortale. |
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