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CONTINUA ININTERROTTAMENTE IL FLUSSO DI CLANDESTINI
SPAGNA: LA PORTA MERIDIONALE DELL'IMMIGRAZIONE ILLEGALE
Nonostante le misure restrittive sulle coste Canarie e di Cadice prosegue la violazione delle frontiere marittime, accompagnata da un numero imprecisato di vittime.
Giulio Rosi
Una scena quotidiana: il cadavere di immigrato annegato recuperato dalla Guardia Civil
PREMESSA

A partire dagli anni novanta, l’immigrazione clandestina proveniente dall’Africa verso la Spagna,ha attraversato tre fasi cronologicamente e concettualmente distinte.Durante la prima i flussi clandestini salpano dal Marocco e si concentrano soprattutto nello Stretto di Gibilterra, approdando nella città di Cadice o nelle due enclaves spagnole di Ceuta e Melilla, dalle quali passano alla vicina costa continentale spagnola per mezzo di gommoni o nascosti nel doppiofondo di camion e furgoni. Chi ci prova rischia di morire soffocato per il caldo e le lunghe attese in dogana. Compaiono le prime pateras, le lugubri carrette del mare al limite del gelleggiamento. A partire dal 2002, la maggior parte delle imbarcazioni salpa anche dal Sahara Occidentale e comincia a dirigersi verso le Canarie. Dall’inizio del 2006 a tutt'oggi, come conseguenza dei maggiori controlli esercitati sulle zone del Marocco, le partenze dei flussi si spostano decisamente sulla Mauritania e dal Senegal, dando vita ad uno dei più imponenti e devastanti fenomeni immigratori illegali degli ultimi tempi. Ma tutto nasce qualche anno prima. Fin dal 21 dicembre del 2005, infatti, servizi segreti spagnoli inviano una nota informativa al ministero dell’Interno, comunicandogli che oltre 2.500 immigrati illegali subsahariani, partiti dalla costa della Mauritania, hanno tentato di raggiungere le isole Canarie a bordo di piccole piroghe chiamate “cayucco”; ma a quanto risulta solo 800 ci sono riusciti. Gli altri 1.700 si suppone che siano affogati nell’Oceano Atlantico. A questi si aggiungono quelli morti di stenti durante la lunga traversata, che vengono senza tanti scrupoli gettati in mare dai sopravvissuti.

Quasi ogni giorno i militi della Guardia Civil, il personale del Salvamento Marittimo e i volontari della Croce Rossa, recuperano al largo decine di cadaveri, che a volte spinti dalle onde approdano sulle spiagge sotto gli sguardi inorriditi dei bagnanti. Davanti a quella che si sta manifestando come una vera e propria strage, vengono intensificati i controlli lungo gli 800 chilometri di mare che separano le Canarie dalla Mauritania, senza tuttavia riuscire ad arginare questa nuova valanga umana, che a differenza delle precedenti, caratterizzate da una forte componente marocchina, questa volta è di origine quasi esclusivamente subshariana. E scoppia il business. Attualmente inviare degli immigranti illegali alle Canarie - vivi o morti fa poca differenza visto che il passaggio si paga in anticipo - si sta rivelando l’industria più redditizia della Mauritania. Una industria illegale che paradossalmente si svolge alla luce del sole, spesso con la connivenza di alcune autorità locali. È cronaca di ogni giorno. Con una crescita quasi esponenziale, centinaia di disperati lasciano la Mauritania, il Senegal e il Sahara, e navigano verso le coste insulari spagnole; ma solo uno su tre ce la farà. Salpano a frotte dal Nord del paese, lungo le spiagge che circondano la città di Nuadibú, affidandosi ai trafficanti di esseri umani senza sapere che fine faranno. Sono un vero esercito di sbandati, una valanga inesauribile di corpi, una massa di materiale organico che vale tanti quattrini. Per cento che ne partono altri mille si mettono in fila, accampandosi sulla spiaggia in attesa del passaggio, pagando un pedaggio che varia dai cinque ai dieci euro al giorno per un modesto vitto al limite della sopravvivenza. L’alloggio è gratuito, perchè è all’aperto. Chi non paga perde il turno e diventa debitore delle organizzazioni criminali, rimanendo sempre più intrappolato nelle loro maglie. Secondo le informazioni della polizia spagnola, questo infame commercio, gestito da sette capi mafia che agiscono nella periferia di Nuadibù, e da altri ventiquattro delinquenti che operano ai confini dell’ex Sahara spagnolo, dispone di una scorta di 4.000 barche del tipo cayucco, gran parte delle quali, come dimostrano i fatti, probabilmente finiranno sul fondo del mare. Da diversi mesi la Mauritania e il Senegal sono diventati la principale porta d’uscita dei clandestini africani verso l’Europa. E con loro sono arrivate le organizzazioni criminali che i cronisti, per facilità di espressione, hanno spicciativamente battezzato “mafie”. Per assicurarsi il passaggio attraverso il mare, ma non certo la vita, ogni clandestino paga una media di 500 euro. Ogni barca può trasportarne una cinquantina, ma il carico abituale è di oltre settanta e anche fino a 120, corrispondenti ad incasso minimo di 60 mila euro, 120 milioni di lire. Ma non mancano casi di cayucchi arrivati a Tenerife o a Cadice con un carico di addirittura 150 persone. Seppur lontanamente, possiamo immaginare cosa possa accadere nei dieci o quindici giorni di navigazione, a degli individui accalcati l’uno contro l’altro, senza potersi muovere per fare i propri bisogni o semplicemente per sgranchirsi le gambe. Altro che navi negriere! Ma nonostante ciò il mercato degli illegali continua a prosperare. La vendita di motori usati con la matricola limata, di carburante, di apparecchi portatili GPS e di viveri, è aumentata del cento per cento. E nello stesso tempo sono aumentati i furti di barche a danno dei pescatori mauritani. Parallelamente si è sviluppato un fiorente mercato di imbarcazioni usate, in prevalenza cayucchi, gommoni e canoe senegalesi. Le quotazioni crescono con la domanda. Normalmente un cayucco di vetroresina nuovo vale 3.000 euro, ma uno rubato o malandato, si può comprare per la metà. Il problema è che sul mercato regolare non se ne trovano più, perchè vengono regolarmente incettati dalle bande delinquenziali. Molti però si accontentano delle piccole canoe senegalesi di legno, quasi sempre in pessime condizioni, buone per pescare, ma non navigare in mare aperto. Il loro prezzo si aggira sui 400 euro. Poco importa se finiranno a pezzi durante la traversata, anche perchè in genere servono solo per bordeggiare e raggiungere, in una giornata di navigazione, qualche spiaggia africana un pò più a Nord, dove avviene il trasbordo su barche, gommoni e cayucchi di maggiore capacità. Per raggiungere il punto da cui salpare, molti preferiscono andare per via terra, seguendo il percorso utilizzato dai contrabbandieri di tabacco. La Mauritania, infatti, è l’unico paese del mondo dove il tabacco biondo americano si vende al prezzo più basso, e da dove i trafficanti partono per distribuirlo in tutta l’Africa. Una volta raggiunte le spiagge più a Nord della Mauritania, fino alla costa sahariana occidentale di El Aalùn, dalla quale la distanza con le Canarie è relativamente più breve rispetto a quella che deve percorrere chi parte direttamente da Nuadibú, gli immigranti cadono nelle mani delle cosche criminali che gestiscono il salto attraverso l’oceano. I rischi sono enormi e tutto è affidato alla sorte. Bastano infatti il mare mosso, l’arresto del vecchio motore, l’esaurimento delle pile del GPS, il repentino cambiamento del tempo o l’impatto con correnti che trascinano la barca al largo, verso il punto di non ritorno, per trasformare il sogno in una tragedia mortale. La valanga umana però non si arresta, alimentando un giro di interessi che coinvolge tutte le banche locali, le quali incamerano mediamente 100 mila euro al giorno, come rimessa da parte degli immigrati che sono già riusciti ad arrivare in Spagna, e che servono per pagare il passaggio e ai familiari che devono ancora partire. Quale sia la provenienza di tanto denaro, visto che si tratta di clandestini senza lavoro, è abbastanza intuibile. Pur subendo una continua decimazione, i clandestini che riescono ad arrivare in Spagna sono comunque molti ed hanno costretto le autorità a realizzare alcune strutture per ospitarli in attesa del rimpatrio. Si calcola che fino ad oggi, almeno 20 mila siano i clandestini che hano raggiunto la Spagna via Canarie. Una cifra enorme, soprattutto se si pensa ad un rimpatrio obbiettivamente impossibile. In base ad un accordo con la Mauritania, in genere questa formalità avviene senza troppe difficoltà. Anche perchè in questo modo ritornano ad essere potenziali clienti delle cosche mafiose. Ma il principio vale per chi abbia nazionalità mauritana, non per quelli che la Mauritania l’attraversano proveniendo da altri Paesi. Per quasi tutti, dopo aver affrontato un tragitto scomodo, costoso e interminabile, si aprono le porte del Centro di internamento di “Hoya Fría” a Santa Cruz de Tenerife, dove rimangono per un massimo di quaranta giorni, come vuole la legge, in attesa del procedimento di espulsione avviato dalla polizia. Ma l’espulsione ritarda, ritarda e solo una minima parte viene rimpatriata. Il resto, secondo quanto si sa, si disperde nella Spagna e per l’Europa. È di questi giorni che ad un aereo spagnolo con cento senegalesi da rimpatriare, la torre di Dakar ha negato il permesso di atterraggio per “cause tecniche”, e i cento clandestini sono rientrati in Spagna. Che fosse un banale pretesto per non riprendersi i loro concittadini è apparso fin troppo evidente. Il tutto, badiamo bene, nonostante gli sbandierati accordi del governo spagnolo con quello senegalese in materia di rimpatrio. E nello stesso tempo, mentre si discuteva a vuoto fra governi, altri 600 immigrati senegalesi prendevano impunemente terra alla Canarie, andando a ingorgare i già debordandi centri di accoglimento. Dei pochi rimpatriati qualcuno ci riproverà, continuando ad alimentare l’infame catena degli sfruttatori. E magari non si rende conto che, pur non essendo riuscito a raggiungere la terra promessa, in fondo è stato più fortunato di chi ha lasciato la pelle sul fondo dell’ Atlantico. Pur essendo il mare una delle vie più praticate dall’immigrazione illegale, le forme di attraversarlo stanno subendo una evoluzione continua, tendente ad eludere i controlli dei pattugliatori. Considerato che sulle coste canarie si è concentrata una notevole quantità di agenti, in gran parte prelevati dalle frontiere terrestri della Catalogna, che pertanto sono rimaste parzialmente sguarnite nei confronti dei clandestini provenienti dalla Francia, i trafficanti hannomutato strategia. Adesso non si arriva più in Spagna direttamente dopo dieci o più giorni di mare sui traballanti cayuccos, ma i clandestini vengono ammucchiati su vecchie navi quasi da rottamare, ma comunque ancora in grado di reggere le onde, e una volta giunte a poche miglia dalla Spagna vengono trasbordati su canotti di gomma e abbandonati al loro destino. In questo modo, grazie alla protezione della nave, si può puntare verso zone della costa spagnola ancora più lontane e non ancora battute dall’immigrazione illegale, come quella di Almeria, per il lato mediterraneo, o di Cadice, sul lato atlantico. Ciò che salta subito all’occhio è lo stato generale di questi clandestini via nave, che a differenza di quelli che arrivano disfatti e lerci, con dieci giorni di cayucco sulle spalle, approdano dai canotti ben vestiti, puliti e curati come dei crocieristi. Ovviamente anche questa strategia potrà cambiare alla prima difficoltà e qualche altra diavoleria verrà studiata dai trafficanti per continuare ad traghettare decine di migliaia di poveri sbandati in Spagna e, attraverso questa, in Europa. Sta di fatto che nonostante i controlli delle forze dell’ordine, richiamata dalla certezza che la Spagna sia un Paese “facile” e disponibile oltre ogni misura ad accogliere chiunque, la valanga umana continua a riversarsi sulle coste spagnole, che sono diventate la più grande porta d'accesso dell'immigrazione illegale in Europa.

INCHIESTA

Con una metodologia che per alcuni aspetti ci ricorda le brutali tratte negriere di tre secoli fa, ogni anno e in ogni stagione, lungo il litorale andaluso che va da Almeria allo Stretto di Gibilterra, soprattutto in prossimità di Algeciras e Cadice dove l’Africa è a portata di mano, le fatiscenti imbarcazioni dette “pateras”, quasi giornalmente scaricano un numero elevato di immigrati clandestini di nazionalità marocchina, o provenienti dal vasto territorio subsahariano che comprende Senegal, Camerùn, Costa d’Avorio, Mali, Sierra Leone, Niger e Nigeria. Per raggiungere il Marocco, dal quale si imbarcano per raggiungere la Spagna, a volte i subsahariani percorrono a piedi o con mezzi di fortuna migliaia di chilometri di deserto. La pesante trasferta alla quale si sottopongono, viene sempre coordinata da alcune organizzazioni criminali internazionali che - millantando una migliore qualità di vita e offerte di lavoro - si fanno pagare il servizio anticipatamente, in contanti, o per mezzo di prestazioni successive facilmente imaginabili. Una volta arrivati alla frontiera del Marocco e penetrati con facilità nel suo territorio, gli emigranti vengono “ceduti” in carico alle bande locali per affrontare il salto di mare verso la Penisola Iberica. Una delle forme per pagare quest’ultimo tratto di percorso, è il trasporto di un certo quantitativo di droga, in genere hashish o marijuana, da collocare sul mercato europeo.

La tattica dello sbarco è sempre la stessa e generalmente viene messa in pratica durante la notte, o nelle prime ore del mattino. Innumerevoli sono i casi in cui la fine dello straziante viaggio si trasforma in una tragedia mortale. Per comprendere il livello di precarietà con il quale queste spedizioni vengono affrontate, va tenuto presente che nel braccio di mare che separa l’Africa dalla Spagna – nel tratto più breve, ma anche più sorvegliato davanti ad Algeciras, si riduce ad appena 14 chilometri - le pateras navigano a vista, affrontando il mare aperto fino a quando non riescono a puntare la prua verso le luci dei distributori di benzina aperti giorno e notte lungo la strada litoranea spagnola. Di notte, questi fari sono l’unico riferimento al quale gli immigranti affidano incautamente il loro destino. Di giorno si punta sul profilo dei rilievi collinari che delineano l’orizzonte andaluso. Ma il più delle volte la nebbia, le mareggiate e le forti correnti che attraversano trasversalmente lo Stretto di Gibilterra, costringono le pateras a vagare lungamente in mare aperto, senza scorte di cibo e acqua - che aumenterebbero il peso della barca a sfavore del numero di trasportati, riducendo il guadagno dei trafficanti - e senza il minimo spazio vitale per soddisfare i bisogni elementari. Questi disagi provocano spesso una vera e propria strage fra gli individui più deboli, i cui corpi vengono abbandonati in mare come inutile zavorra per alleggerire il carico. Questo spicciativo trattamento funebre impedisce di conoscere il numero esatto delle vittime, che comunque si suppone abbastanza elevato. Quando poi l’imbarcazione giunge in prossimità della riva, i superstiti vengono letteralmente buttati in acqua sebbene non si tocchi; l’importante è fare presto per eludere la sorveglianza dei pattugliatori della Guardia Civil e permettere al trafficante che ha organizzato la spedizione di darsi alla fuga per evitare l’arresto. La regola vale per tutti, anche per le donne in stato di avanzata gravidanza, che vengono a partorire in Spagna nella speranza che questo basti per non essere rimpatriate. Per i cinici trafficanti, gli immigranti irregolari sono merce da sbarcare, carne da sfruttare e quattrini da incassare. Sopraffatti dalla fame, dalla sete, dal freddo, dal sonno, dalla paura dell’imprevisto e dallo sfinimento per una traversata imprevedibilmente lunga e dominata dallo spettro del naufragio, ma anche contenti di essere arrivati a destinazione, si lasciano cadere in mare anche se non sanno nuotare. Quando si rendono conto che l’acqua è profonda, e per di più gelida, ormai è troppo tardi. Molti non ce la fanno e quasi ogni giorno il mare restituisce qualche cadavere sfigurato dai pesci e dalla salsedine. Corpi di sconosciuti che nessuno ha mai reclamato, alimentando il sospetto che accanto all’immigrazione illegittima, oltre alla prostituzione e al traffico di droga praticati dagli stessi immigrati per pagarsi il passaggio, si sia sviluppato anche un fiorente traffico di organi umani prelevati da individui privi di legami parentali e di indentità anagrafica. Una pratica turpe che si estende anche ai minori. In genere si tratta di poveri sbandati che vengono catturati direttamente dalla strada dove nessuno li cercherà, o di bambini sottratti ai genitori con la promessa di un’adozione che non avverrà mai. In Spagna, dopo il terrorismo, l’immigrazione illegale è considerata una delle emergenze primarie di difficile soluzione per la complessità dei fattori in giuoco. Poichè, se da un lato il fenomeno dell’immigrazione nel suo complesso è utile alla Spagna - penalizzata com’é da un indice di natalità molto basso e dalla conseguente necessità di gente che si dedichi ai lavori più pesanti, come quelli agricoli su cui si basa gran parte dell’economia nazionale - dall’altro si avverte sempre più pressante l’esigenza di una seria politica di contenimento, attivata tanto a livello nazionale quanto comunitario, in grado non solo di controllare i flussi irregolari, per lo più canalizzati da potenti organizzazioni delinquenziali, ma anche di provvedere al rimpatrio dei cosiddetti “indocumentati” arrivati dal mare, dei quali è difficile individuare con esattezza le generalità e risalire al paese di provenienza. A questo, per quanto riguarda i subsahariani, si aggiunge l’impossibilità di rimpatriarli attraverso la strada da cui sono arrivati, in quanto il Marocco - che all’andata hanno attraversato clandestinamente per raggiungere la Spagna - si oppone al loro passaggio a ritroso essendo privi di qualsiasi documentazione. Pertanto vengono accolti in alcuni centri appositamente allestiti come quelli di Ceuta e di Melilla, le due enclaves spagnole in territorio africano, in attesa di un rimpatrio che il più delle volte non avviene. Il fenomeno supera di gran lunga la dimensione locale, soprattutto considerando che, in conseguenza dell’eliminazione delle frontiere interne dovuta al trattato di Schëngen, chiunque metta piede in Spagna approfittando della vicinanza con il continente africano, entra automaticamente nel resto d’Europa. Ed è precisamente questa situazione geografica con più di quattrocento chilometri di costa difficilmente controllabili- oltre ad alcune isole Canarie, come Tenerife, Lanzarote e Fuerteventura, dove l’estensione delle spiagge rende l’approdo meno difficile - che fino ad oggi ha reso possibile l’affluenza massiccia dell’immigrazione illegittima, la cui presenza nella vita pubblica spagnola, stimata in oltre un milione di individui in costante crescita esponenziale, si avverte in maniera sempre più tangibile. Ma c’è dell’altro. Quello che attualmente sembra allarmare di più la gente è la convinzione, per altro motivata, che l’entrata indiscriminata di soggetti irregolari - per definizione sbandati e privi di risorse - favorisca lo sviluppo di focolai delinquenziali, ritenendo che la mancanza di risorse provochi una inevitabile vulnerabilità agli allettamenti della malavita. Ma questa conseguenza, almeno nelle forme più pericolose, non sempre si concretizza, anche perchè la stessa malavita, avendo un’ampia possibilità di scelta, seleziona i soggetti più adatti alle sue attività illecite. Gli altri vengono ceduti alle mafie locali e sfruttati per lavori pesanti, con paghe da fame, alloggi fatiscenti e nessuna tutela sociale. Una parte non irrilevante degli immigrati subsahariani viene impiegata nella vendita sui marciapiedi di prodotti artigianali africani e di merce contraffatta, tipo compact-disc e accessori di moda, premurosamente fornita dalle organizzazioni illegali presenti nella zona. Per le donne, indipendentemente dal loro aspetto, ma ovviamente sono preferite quelle più giovani, la strada più facile è quella della prostituzione, che quasi sempre fa da copertura ad altre attività criminali. La Spagna - nella quale vivono stabilmente due milioni di extracomunitari regolamentati, dei quali mezzo milione sono marocchini, 497.000 equatoriani, 317.000 rumeni e 271.000 colombiani, dove l’8.5 per cento della popolazione, pari a circa quattro milioni di persone, è costituita da stranieri - non è un paese intollerante o xenofobo. Otto secoli di dominazione araba hanno radicato negli spagnoli il senso della convivenza con altre etnìe. Tuttavia l’anomalìa del fenomeno immigratorio irregolare, proprio perchè è anomalo e irregolare, genera allarme nell’opinione pubblica. Secondo una recente statistica, oltre il 76 per cento della popolazione spagnola ritiene eccessiva perfino la presenza dei lavoratori stranieri regolari. L’indagine, che ha provocato molto scalpore attraverso i mezzi di comunicazione, ha messo in risalto la convinzione generale che in Spagna debba entrare solo chi è in possesso di un regolare contratto di lavoro. Anche nello stesso interesse degli stessi clandestini, che in aggiunta alle oggettive difficoltà di vita cui vanno incontro, divengono vittime della criminalità organizzata. Ma la valanga dell’immigrazione illegittima non si arresta e incide nella vita spagnola influenzando, almeno per quanto riguarda quella attuata via mare, perfino gli aspetti linguistici. Un piccolo, ma significativo esempio. Fino a qualche tempo fa, in corrispondenza della parola “patera”, il Dizionario della Real Academia riportava il seguente significato:”Infermità dei capezzoli degli ovini”. Con l’impatto dell’immigrazione irregolare anche il vocabolario ha dovuto adeguarsi e nella sua ultima edizione, accanto al termine “patera”, si legge che si tratta di “ una “piccola imbarcazione con il fondo piano e senza chiglia”. Anche gli ovini hanno dovuto cedere il passo all’invasione delle “pateras”, le quali rimangono il mezzo più diffuso per introdurre illegalmente degli emigranti. Anche se attualmente, come conseguenza dell’esaurimento delle scorte di “pateras” dovuto ai naufragi, dell’aumento della domanda di immigrazione e dell’arricchimento delle organizzazioni mafiose, queste carrette di mare vengono progressivamente sostituite con natanti semirigidi, tipo gommone, che i mass-media per abitudine, indipendentemente dal modello, continuano a chiamare “pateras”. L’unico elemento che tuttavia rimane invariato è il traboccante sovraccarico cui vengono sottoposti questi natanti, i quali, nonostante la capienza di una trentina di posti, arrivano sistematicamente ad imbarcare, immaginiamo con quanti disagi e con quali rischi, non meno di 50 passeggeri per ogni viaggio. Ovviamente non mancano casi in cui il limite viene abbondantemente superato. Questo eccesso, determinato unicamente dall’avidità dei gestori delle spedizioni che impaccano come sardine le loro vittime, è una delle cause più frequenti di naufragio e di morte per annegamento fra gli immigrati clandestini. Ma il bisogno aguzza l’ingegno. Da qualche tempo, infatti, per poter aumentare ulteriormente il numero dei trasportati, effettuando sbarchi anche nelle coste andaluse meno vicine all’Africa, per il primo tratto di navigazione i trafficanti utilizzano anche delle capienti navi da carico, in genere vecchie e malandate, ma in grado di contenere diverse centinaia di passeggeri stipati sui ponti e nelle stive. Quando viene raggiunta la zona limite delle acque territoriali, pertanto in alto mare, analogamente a quanto fanno i contrabbandieri con le casse di sigarette, tutti gli immigranti vengono trasbordati nelle carrette di mare messe a disposizione dalle mafie locali e abbandonati affinchè raggiungano terra con le proprie forze, mentre il cargo si dilegua. Il resto è cronaca di tutti i giorni.

Le Forze dell’Ordine

Per poter affrontare e controllare le diverse situazioni e circostanze connesse all’immigrazione, ma nello stesso tempo per stabilire ed assicurare le opportune garanzie individuali e collettive a tutti gli interessati, da una decina di anni in Spagna sono state promulgate numerose leggi organiche e normative di attuazione via via adattate all’evoluzione del fenomeno immigrativo. All’interno di queste disposizioni giuridiche si sviluppano le attività degli enti e delle Forze dell’Ordine incaricate di tutelare il compimento di quanto previsto. Va comunque tenuto presente che le vie d’accesso, le procedure e i mezzi adottati per l’immigrazione illegale - sia essa attuata in forma individuale, attraverso strattagemmi a volte perfino geniali di nascondimento all’interno di camion, oppure organizzata come quella con le “pateras” – variano di giorno in giorno come varia la stessa immaginazione umana. L’elemento variabilità, infatti costringe le forze dell’Ordine a svolgere un lavoro snervante e complicato che favorisce l’illegalità. Seguendo dei criteri di continua diversificazione, l’immigrazione avviene sia attraverso i varchi abilitati - come i porti, le stazione e gli aeroporti, dove i controlli costringono gli illegali a ricorrere a espedienti di falsificazione documentale e di camuffamento - quanto su varchi non abilitati del confine nazionale, come le coste. Questa diversificzione costringe le autorità ad imbastire, soprattutto sul mare, una rete di controllo in continua evoluzione. Ovviamente una delle maggiori preoccupazioni delle autorità di polizia, è rappresentata dall’allarme sociale generato dalle molteplici attività criminose che accompagnano il fenomeno dell’immigrazione abusiva, la quale proviene non solo dai paesi africani, ma anche da quelli dell’ ex-Unione Sovietica che alimentano una nuova forma di delinquenza violenta e spietata, e dell’America Latina, per lo più dediti al borseggio e ai furti. Il controllo sul campo dell’immigrazione riguarda direttamente la Guardia Civil - lo speciale corpo di polizia incaricato di vigilare sulle frontiere - alla quale la legge assegna specificatamente il compito di “proteggere il libero esercizio dei diritti e delle libertà sulle acque territoriali”, nonchè “la tutela delle coste, delle frontiere, delle stazioni, dei porti, delle strade, degli aeroporti e delle altre strutture di interesse nazionale”. Per intercettare le imbarcazioni che tentano di raggiungere illegalmente il territorio spagnolo, la Guardia Civil si serve di unità terrestri, marittime e aeree di vigilanza costiera. Nello stesso tempo - tenendo presente che la maggior parte dei tentativi illegali di accesso attraverso le coste, avviene mediante l’impiego di infrastrutture appartenenti ad organizzazioni delinquenziali specializzate - la Guardia Civil, come Corpo di Sicurezza dello Stato, è incaricata anche di indagare sui delitti per scoprire e arrestare i presunti colpevoli, di requisire gli strumenti e le prove per metterli a disposizione dei tribunali competenti, nonchè di redigere le perizie sulle operazioni svolte. Con l’evoluzione delle strategie ideate dalla malavita, anche i compiti istituzionali della Guardia Civil sono stati ampliati, prescrivendo nello stesso tempo severe punizioni per chi esercita il traffico di minori, lo sfruttamento della mano d’opera e della prostituzione, la falsificazione di documenti e per chi, direttamente o indirettamente, promuova o favorisca l’immigrazione clandestina, sia in transito verso altri paesi, sia con destinazione finale in Spagna. Un aspetto innovativo della legge riguarda il trattamento riservato a chi, benchè in posizione irregolare, collabori con le Forze di polizia denunciando le organizzazioni mafiose. Questa forma di collaborazione, fra illegali e legalità, è favorita dal fatto che molte volte, per evitare che i clandestini possano sfuggirgli, i trafficanti si impossessano dei loro documenti fino a quando il debito non viene saldato con i relativi interessi. In questi casi, la denuncia da parte delle vittime è l’unica forma per risolvere una situazione senza sbocco. Da parte sua la Guardia Civil, che dedica all’immigrazione buona parte delle risorse umane e materiali, ha studiato e messo in opera diverse iniziative, fra le quali la creazione di Piani permanenti di controllo dell’immigrazione illegale, di Gruppi operativi di Attenzione all’emigrante e di Reparti per la lotta all’immigrazione clandestina. Sebbene questo Corpo benemerito non abbia specificatamente il compito di provvedere alla ricerca e al salvataggio in mare - che invece riguarda altri organismi statali appositamente designati e dotati di mezzi idonei, come la Sociedad de Salvamento y Seguridad Maritima (SASEMAR) - grazie ai propri pattugliatori, progettati per missioni di vigilanza, ed allo spirito umanitario dei loro equipaggi, negli ultimi anni migliaia di immigranti clandestini abbandonati dai loro sfruttatori sono stati salvati da sicura morte, mentre a bordo di veri e propri rottami al limite del galleggiamento vagavano stremati in alto mare.

La tecnologia

Nella convinzione che era necessario dotare le Forze dell’Ordine di strumenti moderni sempre più adeguati per combattere efficacemente la piaga dell’immigrazione illegale, le Spagna ha dedicato notevoli investimenti alla realizzazione di apparati tecnologici di ultima generazione, in grado di intercettare i natanti che si avvicinano ai varchi non abilitati della frontiera meridionale per effettuare sbarchi di persone o di droga. La soluzione si chiama SIVE, Sistema Integrado de Vigilancia Maritima, un apparato elettronico avanzato che inizialmente è entrato in servizio presso il Comando della Guardia Civil di Algeciras per controllare la Baia di Cadice. In tempi relativamente brevi la copertura di avvistamento e controllo si è estesa anche ad altre aree, come quelle di Malaga, Las Palmas de Gran canaria, Fuerteventura e Ceuta. Il programma prevede ulteriori ampliamenti ad altre regioni. Di che si tratta? Il SIVE è un sistema sofisticato in grado di elaborare in tempo reale una serie di informazioni e di passarle ad un Centro di avvistamento e controllo che, a sua volta, impartisce ordini alle unità navali e aeree, per la tempestiva intercettazione di qualsiasi elemento che si avvicini attraverso il mare al territorio nazionale. In questo modo il sistema permette di utilizzare in maniera efficiente tutte le risorse di cui dispone la Guardia Civil. Per svolgere le sue funzioni il SIVE è integrato ad un sottosistema di scoperta, a sua volta formato da varie stazioni munite di sensori radar in grado di avvistare le imbarcazioni a 10 chilometri di distanza e di identificarle con nitidezza quando giungono a 5 chilometri di distanza. Le stazioni sono munite di telecamere a lunga portata, intensificatori di luminosità e telecamere ad infrarosso, che nel loro insieme permettono di controllare lo specchio di mare sia di notte sia di giorno. Un altro sottosistema consente di attivare le comunicazioni in forma immediata e protetta, inviando al Centro di coordinamento immagini, suoni e dati relativi al soggetto sotto osservazione. Presso il Centro stesso un sistema di comando e controllo elabora i dati ed, in base alle disposizioni impartite dal personale di servizio della Guardia Civil, trasmette ai mezzi mobili le direttive di intervento più adatte alla situazione. In definitiva il sistema svolge le seguenti funzioni:

- detecta a grande distanza tutte le imbarcazioni che si avvicinano al litorale, permettendo ai pattugliatori e agli elicotteri di intervenire molto prima che raggiungano la costa;

- identifica il tipo di imbarcazione e lo stesso equipaggio, allo scopo di verificare una eventuale intenzione illegale;

- coordina l’inseguimento utilizzando i mezzi navali, aerei e terrestri disponibili;

- intercetta i presunti delinquenti che appoggiano il traffico di immigranti e le relative implicazioni criminose.

In attesa di ulteriori provvedimenti, gli immigrati clandestini provenienti dalla fascia subsahariana trovano asilo nei Centri di Raccolta Temporanea. Benchè molti di loro rimangano in tale strutture per un tempo indefinito, le finalità di questi centri sono quelle di offrire agli immigrati irregolari il vitto, l’alloggio, l’assistenza medica, l’insegnamento e altre necessità di primaria importanza. Considerando però che la Baia prospicente allo Stretto di Gibilterra è il punto più vicino al Marocco, e che pertanto è quello dove maggiormente si concentra il traffico delle “pateras”, viste le deplorevoli condizioni in cui generalmente giungono gli immigrati, nel porto di Barbate, a Cadice, è stato allestito uno speciale mudulo di accoglimento prefabbricato e smontabile per prestare le prime cure agli irregolari. Il modulo è composto di alcuni locali ampi e luminosi, con docce calde, acqua corrente e servizi separati per uomini e donne. Il modulo consente anche di prestare eventuali soccorsi di prima urgenza. Nei casi più gravi si provvede al trasporto del soggetto presso l’ospedale più vicino. Per gli immigrati di nazionalità marocchina il rimpatrio è praticamente automatico, per gli altri sono necessari degli accertamenti più complicati che ritardano sensibilmente e talvolta rendono molto difficile l’operazione di estradizione. Per questo motivo gli immigrati marocchini, a differenza di quelli subshariani, una volta a terra cercano subito di dileguarsi confondendosi fra la popolazione locale, anche grazie all’appoggio e alla complicità di molti connazionali già regolarizzati. Nei campi di accoglimento gli immigrati vengono perquisiti per verificare che non nascondano droghe, armi e strumenti in grado di offendere. A Ciascuno viene notificata l’infrazione, precisando che l’entrata illegale costituisce un reato soggetto al procedimento di rimpatrio, che non si tratta di una detenzione punitiva, che gli verrà fornita gratuitamente la necessaria assistenza sanitaria e che potranno esprimersi attraverso un interprete. Fatto questo vengono consegnati al Corpo Nazionale di Polizia, corrispondente alla Polizia di Stato italiana, per l’esecuzione di quanto disposto dalla Legge.

Un fenomeno inarrestabile

Trattandosi di un fenomeno in continua evoluzione, soggetto a numerose e imprevedibili variabili, per seguire in maniera analogica dell’andamento dell’immigrazione illegale più che di cifre in assoluto sarebbe meglio parlare di tendenza. Al posto dei numeri, che ovviamente sono necessari a chi si occupa professionalmente di immigrazione, per chi si limiti ad una visione complessiva del fenomeno è interessante esaminare le curve che scaturiscono dall’esame degli ultimi due anni. Questo insieme di dati, almeno in parte, si puó integrare sia seguendo la cronaca quotidiana con le continue notizie di sbarchi e di intercettazioni, sia interpretando i bilanci delle attività di polizia pubblicati periodicamente da enti e istituzioni. Va comunque tenuto presente che il comportamento dei trafficanti tende continuamente a cambiare, scegliendo orari, metodi e luoghi di approdo sempre diversi. Pertanto l’abbassamento del livello di intercettazioni, di approdi e di naufragi in una provincia, non sottintende necessariamente una riduzione generale del fenomeno immigratorio abusivo, poichè questo, nello stesso tempo, sarà probabilmente cresciuto lungo un altro tratto del litorale. Una comparazione “in tempo reale” fra tutte le fluttuazioni dell’andamento immigratorio nelle varie regioni, per capire se l’immigrazione totale è cresciuta o diminuita, in effetti non è possibile. Realizzando però un’attenta integrazione delle fonti di informazione – seppure considerando gli alti e bassi dovuti alla sporadica intensificazione dei controlli sul versante marocchino da parte della polizia locale e le condizioni meteorologiche che a volte rendono impossibile la traversata - si deduce che il fenomeno, nonostante i duri colpi infertigli dalle Forze dell’Ordine, non presenta cedimenti stabili anzi, a volte, si incrementa con astuzie sempre più sfrontate attraverso nuove cosche internazionali, come quella smantellata dalla Polizia a Las Palmas di Gran Canaria, che sotto le spoglie di una innocua impresa marittima, trasportava come se fossero dei regolari marinai una trentina di immigrati illegali provenienti dalla Repubblica Popolare della Cina. E sempre in tema di immigrazione via mare, che rimane la forma emotivamente più impattante dell’intero panorama immigratorio, la tabella seguente, riferita ai soli primi quattro mesi del 2004 e del 2005, rivela un sensibile aumento degli arresti in quasi tutte le coste andaluse che per la struttura morfologica sono le preferite per gli sbarchi clandestini. In questo quadro, peraltro limitato ad un periodo di tempo e quindi non indicativo in senso generale, per una volta fa stranamente eccezione la provincia di Almeria che ha registrato un certo calo di attività irregolari. Come si spiega? Indubbiamente la tesi di un calo di approdi non regge, anche perchè ad Almeria gli immigrati - clandestini e non - vengono massicciamente reclutati per il pesante lavoro stagionale nelle serre ortofrutticole, per cui non è sostenibile pensare che le coste di Almeria abbiano cessato di essere un approdo preferito. Una probabile spiegazione sta nel fatto che i trafficanti di esseri umani, per alleggerire la pressione dei controlli di polizia che si era fatta pesante, hanno deciso di evitare sbarchi su questo litorale per organizzare meglio le loro attività criminali sulla terraferma. Nella sola provincia di Almeria, un centinaio di immigrate illegali, fra cui molte sudamericane, vincendo il terrore di essere rimpatriate, ha sporto denuncia contro una “mafia” marocchina che, in cambio di un posto di lavoro agricolo clandestino, pretendeva prestazioni sessuali anche a favore di terzi, spianando in tal modo la strada ad attività di prostituzione ben più redditizia del lavoro nelle serre. Ma la denuncia, secondo il rappresentante di un’associazione che tutela i diritti umani degli immigrati, rappresenta solo la punta di un iceberg la cui parte sommersa è costituita da attività criminali assai più pericolose e difficilmente individuabili. Tutte inequivocabilmente collegate in qualche modo con l’immigrazione illegale.

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