INTERVISTA GIULIO ROSI
Signor Console quale sono le cose che già ha messo o che metterà in pratica? Conosco la Spagna essendo stato a Madrid come Primo Segretario d’Ambasciata dal 1988 al 1992, ma non conosco Barcellona che è una realtà molto diversa. Mi sono trovato con una organizzazione molto efficiente e ne sono grato al mio predecessore, e mi sono posto due obbiettivi. Uno, quello di seguire in particolar modo l’attività culturale, considerando anche la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura. L’altro è di promuovere le relazioni commerciali ed economiche fra l’Italia e la Catalogna, soprattutto in questo caso basandomi sulla Camera di Commercio Italiana che ha una sede a Barcellona.
Che differenza c’è tra un consolato di oggi e uno di venti anni fa? La domanda è molto opportuna, questa è la quarta volta che sono a capo di un ufficio consolare, e la mia prima uscita è stata a Brisbane, in Australia, nel 1988, poi tra il ‘99 e il 2002 sono stato Console a San Gallo, in Svizzera. Che cosa è cambiato? Sono cambiate varie cose: oggi usiamo gli strumenti informatici accelerando il lavoro, ma è cambiato anche il mondo esterno. Sto parlando di quello che ho trovato in Catalogna. È cambiata la collettività, formata essenzialmente da italiani di origine sudamericana, trasferiti per sfuggire alla miseria. Peraltro l’immigrazione italiana è costituita da una nuova emigrazione di professionisti, avvocati, architetti, medici e ricercatori e moltissimi giovani che fanno un Erasmus a Barcellona, che è la sede europea con il maggior numero di studenti italiani. Questa è la nuova emigrazione italiana, molto diversa da quella di anni fa. Ciò presuppone strutture adeguate. Le cito una frase paradossale detta da un missionario svizzero: “Gli italiani all’estero hanno due punti di riferimento, la missione cattolica e il consolato”. Ovviamente questo non è più vero o lo è in minima parte, si riferiva ad una emigrazione che non esiste più.
Significa che sono sempre più importanti i rapporti diplomatici bilaterali a livello economico, industriale? Questo è un tema molto interessante. Sono lieto che mi abbia fatto questa domanda. La situazione è molto diversa, parliamo dell’Unione Europea con una grande comunità di italiani che sono “hombres de negocio”. Il ruolo di un ufficio consolare o una ambasciata è molto diverso rispetto a quello di un paese dell’Africa centrale o dell’Asia orientale. La lingua non è un problema, ma ritengo che anche in un paese con queste caratteristiche, ci troviamo continuamente a dover facilitare missioni economiche di operatori italiani per i quali, anche se ci sono tutte le informazioni ottenibili per internet, un conto è guardare uno schermo un conto è ricorrere ad una struttura fissa sul luogo, che ha approfondito le conoscenze delle persone e quindi la possibilità di andare oltre gli elementi che appaiono in superficie. Per questo ritengo che, anche in un paese dell’Unione Europea il nostro lavoro sia ancora molto importante. È una questione di sensibilità, un conto è avere un contatto con un Paese attraverso i numeri in un sito web, un conto è viverlo per alcuni anni attraverso le relazioni personali che rimangono insostituibili.
Perché le piace questa professione? Sinceramente, per il cambiamento. Per i rapporti umani che si stabiliscono, per le persone che si conoscono, per i paesi che si conoscono in modo approfondito. Sono stato fortunato perché mi sono sempre trovato in paesi di cui parlavo la lingua e vuol dire moltissimo, non usare il filtro della lingua inglese che molto spesso, quando non è la lingua di nessuno dei due dialoganti, non consente un rapporto diretto. Quello che mi piace è poter cambiare orizzonti. Le racconto un aneddoto. Vengo da una città come Bergamo in cui il 90 per cento delle persone non cambierebbe nemmeno il quartiere. In questa città c’è una minoranza di inquieti che trova in tutti i Paesi del mondo e che vengono guardati con un po’ di sospetto dai “sedentari” della provincia, perché “hanno osato” varcare i confini per andare a vedere cosa c’è nel mondo. Quindi c’è un rapporto dialettico strano fra sedentari e inquieti. Io appartengo a questa minoranza.
Quali sono le richieste più frequenti che le rivolgono? Se parliamo degli iberoamericani si tratta di chiarire la loro posizione aiutandoli se hanno iniziato una pratica di riconoscimento della cittadinanza e la loro iscrizione all’AIRE, che vale anche per gli italiani, è una cosa molto importante. È un obbligo previsto dalla legge per un italiano che risieda stabilmente in un paese straniero perché è il modo per avere tutti gli elementi per stabilire un contatto soprattutto nel caso del voto all’estero. Molti italiani,non so per quale motivo, hanno un atteggiamento di sospetto verso le istituzioni, per cui temono non si sa quali conseguenze, sotto il profilo, magari, fiscale. Però questa è una cosa fondamentale. Poi si rivolge a noi l’italiano turista, che abbia avuto un incidente o che gli abbiano rubato i documenti, inoltre può avere problemi di salute o aver bisogno di danaro. Quindi è una attività di assistenza. In questo caso l‘italiano all’estero, nei momenti difficili, scopre che esistono il Ministero degli Esteri, il Consolato e l’Ambasciata e noi avvertiamo che improvvisamente, ogni apparente sicurezza cade perché ha veramente bisogno di aiuto. Questo per l’emergenza, per il resto si rivolgono a noi per motivi burocratici. Altra cosa è l’attività economica commerciale.
Quando si entra in una casa nuova, quasi sempre si cambia qualcosa. Lei cosa ha cambiato o pensa di cambiare? Ho trovato un Consolato molto ben organizzato, per cui al momento intendo seguire nella linea già tracciata. D’altra parte i cambiamenti ci saranno, dovuti, da un lato ad una normativa e dall’altro alla adozione sempre più diffusa dei mezzi informatici. Si parla di passaporto con i dati biometrici, di avere contatti con l’amministrazione italiana, i comuni e le questure, senza più l’elemento cartaceo, rendendo le pratiche più veloci. Questo rientra in una standardizzazione di livello internazionale.
La maggiore soddisfazione della sua carriera? L’ho forse provata in Australia, mi è successo anche in Svizzera, quando mi sono trovato di fronte ad un tipo di immigrazione, che per fortuna è sempre meno diffusa perché adesso l’emigrante italiano è più integrato, in cui mi sono reso conto che al di là l’aspetto burocratico, il Consolato, io o i miei collaboratori, era in grado umanamente di rappresentare un aiuto, un punto di riferimento, come diceva quel missionario, a cui uno si rivolge anche per un consiglio o una questione personale che va oltre alla burocrazia. È stata una scoperta per me,che nella ricca Lombardia non avrei immaginato. Sotto il profilo umano è stata la soddisfazione più grande. Con l’occasione annuncio l’appuntamento annuale, del Concerto nella chiesa Santa Maria del Mar il 14 dicembre, che offriremo alla Comunità Italiana e alle Autorità Locali. Il gruppo coro e orchestra del Conservatorio dell’Aquila eseguirà una Messa di Puccini. L’occasione serve per raccogliere i fondi necessari per la ricostruzione del Conservatorio dell’Aquila.