Intervista di Paola Pacifici
Presidente, la Comunità ebraica aspettava questo evento, quale è stata la sua reazione?
Ci sono stati diversi tipi di reazione, chi era scettico, chi era contrario, e chi immaginava . nonostante le perplessità, che era un atto che andava comunque fatto, perchè i momenti dell'incontro consentono di rompere il ghiaccio e di superare gli ostacoli, che ce ne sono e non possiamo né da una parte né dall''altra di fermarci, ma di andare avanti mandando segnali non solo durante gli incontri fra le autorità, per il dialogo interreligioso, quanto per dare una percezione molto forte ed emotiva alla gente. Sotto questo profilo a noi come a loro, qui ne rivendichiamo tra virgolette” la vittoria” che, nonostante le perplessità e i forti dubbi, immaginavamo quello che poi è successo, un incontro che dal punto di visto di calore, di forza di comunicazione, di eco nel mondo, la rassegna stampa internazionale ne è testimone, è stato incredibile. Torno adesso da New York, e non c'era giornale del mondo ebraico che non dedicasse l'apertura a questo evento. Siamo convinti che abbiamo fatto la cosa più giusta mettendo sul tavolo, senza alcuna ipocresia, fuori dalle convenzioni e dai convenevoli della diplomazia,con molta sincerità quello che pensavamo nel bene e anche nel male.
Nel 2010, il mondo vuole la chiarezza, vuole dei segnali, quali sono stati e quali saranno?
Nessuno di noi è in grado di cambiare, mandare indietro le lancette dell'orologio per quello che è successo nel passato. Quello che è successo è successo. Possiamo avere giudizi positivi o negativi, alcuni saranno condivisi, giudizi diversi ma rispettandosi l'uno con l'altro riguardo al giudizio dato, mi sto riferendo alle note vicende sul silenzio di Pio XII. Possiamo però cambiare le lancette del presente e del futuro. Solo con le azioni di oggi e con le ricadute nel domani, possiamo fare qualcosa di diverso dal passato, certamente in contesti diversi, ma con un segnale che arrivi al cuore della gente. In un'epoca in cui, rispetto all'86, è cambiata la comunicazione, la capacità di mobilitazione sia di quelli favorevoli sia dei contrari, è cambiato tutto nella percezione.In un mondo globalizzato non si può più eludere nulla, i convenevoli non bastano, ci si può parlare con estrema sincerità . Credo che l'entusiasmo che abbiamo visto, soprattutto nella nostra comunità, e credimi che non abbiamo ricevuto una sola lettera di protesta, lo testimoni. Anche coloro che erano scettici e coloro che avevano deciso di non venire, nonostante avessero ricevuto l'invito, hanno detto che è stato un grande evento, hanno apprezzato quello che abbiamo detto e la chiarezza. Forse temevano che ci facessimo ingessare, non è accaduto e, credo di parlare anche a nome del Rabbino Capo, ne siamo orgogliosi .
I punti salienti del tuo discorso a che cosa e a chi sono stati rivolti?
Una cosa non è stata messa in evidenza da nessuno,e mi piacerebbe cominciare a farlo con te e con il tuo giornale. Dopo la guerra la Comunità distrutta aveva a Roma 3 Sinagoghe operative. Nel 1986 erano 7. Oggi sono quindici. .Il senso di appartenenza alla Comunità non è più solo un fatto simbolico, o di tradizione famigliare. Gli iscritti la vivono e partecipano. Abbiamo una forte crescita, fino al 40% di bambini che frequentano la Scuola ebraica. È un dato molto importante e si riallaccia alla conclusione del mio intervento,dove dico che nella diversità è necessario rafforzare la conoscenza delle tradizioni.Solo essendone forti , sicuri, consapevoli, si è in grado di confrontarsi. Spesso la paura, il sospetto, il pregiudizio sono alimentati dalla mancanza di conoscenza delle proprie tradizioni. Vale ancora di più per il mondo cristiano cattolico perchè solo quando al suo interno si ha una forte consapevolezza delle proprie tradizioni ci si confronta meglio con i “diversi”, aperte e chiuse virgolette. La Comunità è cresciuta molto, la gente è più rigorosa, non solo nell'idea di mandare i figli all'unica scuola ebraica, che ha 1300 alunni provenienti dai luogi più disparati della città e da fuori Roma, ma nella frequentazione delle Sinagoghe non è solo come atto di preghiera,ma partecipando a lezioni, a momenti di aggregazione anche ludica. Questo porta a un maggior rispetto dei precetti e ad una migliore identità. Solo conoscendola possiamo sentirci forti, non nel senso di sfida, nei confronti delle diverse etnie e religioni.. Su questo terreno comune,i ebrei e cristiani hanno molto da lavorare, per affrontare con maggior saggezza la sfida del domani.
Presidente, come hai spiegato questo evento ai tuoi figli?
Mi fai una bella domanda. Erano arrabbiati con me perchè mi hanno visto poco fra riunioni e confronti per placare gli animi di scettici e arrabbiati. Michal, Reuven, Aron, Gabriel è ancora troppo piccolo, erano molto sorpresi, non comprendevano che ci facesse un Papa in una Sinagoga. .Ho spiegato che dobbiamo farci conoscere e avere rispetto l’uno dell'altro. Ê la base dell'educazione che dò ai miei figli. Durante il Natale, che noi non festeggiamo,non bisogna guardare con scetticismo chi lo festeggia, non farsi tentare dal fascino, che comunque attira i bambini, ma essere rispettosi delle simbologie degli altri. Siamo una minoranza e conosciamo il ruolo di una minoranza, che certamente ha pari diritti, ma deve anche rispettare la maggioranza e le sue festività. Come sai, ho iniziato e concluso il mio discorso dicendo che “lo dobbiamo ai nostri figli”, per costruire una società tollerante, tollerante ma che non si appiattisca, che non si omologhi. In questo senso con il mondo cattolico molti passi sono stati fatti. Oggi il mondo cristiano si ritrova, è questo è un'altro passaggio sottolineato del mio discorso, a doversi confrontare da minoranza non solo con l’idea di non essere rispettato, ma soprattutto di essere perseguitato, e su questo credo che non ci sia sufficente energia neanche negli alti vertici del Vaticano ad imporsi. Le motivazioni le dovranno dare loro e non noi; imporsi più che altro per sensibilizzare l'opinione pubblica. Tornando da New York, in aereo, leggevo su un settimanale italiano la mappatura delle condizioni delle comunità cristiane nel mondo: è terrificante! Abbiamo il dovere di fare una battaglia comune, perchè solo attraverso la libertà dei cristiani siamo in grado di aiutare le popolazioni di quei paesi, a maggioranza non cristiana, a liberarsi da despoti tiranni oscurantisti. Come lo abbiamo fatto negli anni '80 contro l'apartheid in sud Africa e contro l'ideologia comunista nell'Unione Sovietica.Uno dei primi elementi della tirannia dello stalinismo è stata proprio la privazione della libertà religiosa.
Dopo i discorsi, che sono intenzioni, ci sono i fatti; tu batti molto su questo, cioè alzarsi e fare, ma come?
Due sono i terreni su cui muoversi: uno sulle richieste che abbiamo fatto, alle quali sono cominciate ad arrivare delle risposte, con colloqui privati con il Rabbino Capo, sulle sorti dei bambini orfani della Shoah che erano nei conventi e fare emergere cosa è successo, sapere chi sono i genitori, con totale trasparenza. Non possiamo tornare indietro, ma la verità è dovuta. Il secondo è legato agli archivi della seconda guerra mondiale, per avere un giudizio preciso su quanto avvenuto nel pontificato di Pio XII. Attenzione, non solo durante la guerra, e questo lo dico in modo molto severo, ma anche dopo. Pio XII è stato il Pontefice del dopoguerra, non poteva non sapere degli ebrei rifugiati, così come è successo a mio padre, e non poteva non sapere dei criminali nazisi che trovarono rifugio nei conventi, a Roma e in Alto Adige, con un lasciapassare per la libertà, che hanno trovato in sud America. Se c'era la pietà verso i criminali nazisti, vuol dire che la Chiesa non si e`schierata contro il nazismo, Su questo abbiamo necessità di chiarimenti. Perchè lo hanno fatto? Che prezzo gli è stato pagato, in soldi o a livello politico?Quale era il beneficio di Pio XII e di tutta la Chiesa nel dopoguerra, quando non c'era più nessun rischio?. Lo ho espresso molto forte nel mio discorso,.vogliamo sapere la verità attraverso i diari minuziosi dei conventi, ne conosciamo alcuni e quindi parliamo a ragion veduta. Attraverso la verità riusciremo a guardarci negli occhi. Poi la richiesta, del patrimonio culturale ebraico, che è immenso, dove è? Non lo rivogliamo indietro, magari,!, ma farlo conoscere al vasto publico,. Sono il fondatore dell “'Associazione Figli della Shoah”, e nel consiglio di amministrazione del museo, quindi non posso essere frainteso se dico che gli ebrei non sono solo “il popolo delle Shoah”, che è stata la sua più tragica esperienza. Vogliamo farci conoscere, tornare nelle scuole non solo come testimoni della Shoah, ma parlando di come viviamo, cosa facciamo, cosa non mangiamo e mangiamo. Siamo pronti giorno dopo giorno a fare la nostra parte ad aprirci, sentiamo che non esiste più un clima di ostilità non solo da parte delle istituzioni, ma anche della gente. I fenomeni di antisemitismo e dell'intolleranza sappiamo come contrastarli, perchè non ci sentiamo più soli.