“Credo - ribadisce Fini- che sarebbe un fatto positivo se il 2010 fosse l’anno delle riforme costituzionali. Il primo passo potrebbe essere il completamento del federalismo nel suo aspetto istituzionale, a partire dalla costituzione di una Camera delle Regioni o di un Senato delle autonomie. Come Presidente della Camera dei Deputati è mio impegno che la maggioranze ed il suo Governo possa trovare gli spazi per un dialogo costruttivo e sereno con l’opposizione. Le giovani generazioni, come ho scritto nel mio libro Generazioni F, come Futuro, non possono, ma invece debbono giocare la partita della costruzione di una nuova libertà, ora e subito”.
di Paola Pacifici
Presidente, qual è il suo auspicio per la politica italiana all’inizio di un anno dal quale, credo, gli elettori si aspettano riforme importanti e segnali di novità dalle istituzioni che li rappresentano? Mi permetta in primo luogo di approfittare dello spazio che mi concede per rivolgere il mio saluto più sincero ai suoi lettori; italiani e figli di italiani che costruiscono la loro vita in Spagna valorizzando le loro capacità, il loro patrimonio morale e contribuendo allo sviluppo del Paese che li accoglie onorando l’immagine del loro Paese di origine. Detto questo, e per non eludere la sua domanda, non posso che ribadire quanto già da me recentemente auspicato: credo che sarebbe davvero un fatto positivo se il 2010 fosse l’anno delle riforme costituzionali ai sensi di quanto la stessa Costituzione prevede per la sua modifica. In Senato è incardinato un disegno di legge che può costituire una buona base di lavoro dalla quale partire e sulla quale confrontarsi. Il primo passo potrebbe, infatti, essere il completamento del federalismo nel suo aspetto “istituzionale”, a partire dalla costituzione di una Camera delle Regioni o di un Senato delle autonomie
La percezione, però, è quella di una specie di contrapposizione o di muro contro muro tra le forze politiche che dovrebbero dialogare. Su questo, come Presidente della Camera dei Deputati, posso dire che il mio impegno è quello che la maggioranza ed il suo Governo, che ha vinto le elezioni ed ha il diritto (nonché il dovere) di governare, possa trovare gli spazi per un dialogo costruttivo e sereno con l’opposizione. Un dialogo il cui tenore potrà anche essere acceso o aspro, ma che dovrà portare ad un livello più alto la discussione politica, senza nemici da abbattere, ma con avversari con cui confrontarsi, tutti consapevoli che il pluralismo delle idee è esso stesso il sale della democrazia rappresentativa.
Da più parti, ma con idee diverse, si parla di una riforma del Parlamento e dei suoi regolamenti, considerata la difficoltà e la lungaggine fino ad oggi richiesta per approvare una legge. Anche questa crede sia una riforma urgente per l’Italia? Non c’è dubbio che in Italia il bicameralismo perfetto, che ha avuto e saputo svolgere la funzione storica per la quale è stato pensato dai padri Costituenti, risulti un sistema in buona parte da superare, anche per le ragioni da Lei evocate. Certamente, già la creazione di un ramo del Parlamento ad assetto federale, come accennavo prima, potrebbe cambiare lo scenario. Detto questo, non c’è dubbio che le riforme istituzionali – se vogliono funzionare e durare nel tempo – debbono essere concepite con la massima attenzione all’equilibrio tra poteri. Penso, in particolare, al rapporto tra Esecutivo e Legislativo. Occorre un Governo che governi e decida con rapidità. E allo stesso tempo, quanto più esso decide, tanto più forte deve essere il controllo del Parlamento. La sfida è allora quella di trovare questo nuovo equilibrio, capace di restituire efficienza al sistema permettendo alle Istituzioni della politica di essere in sintonia sempre più stretta con le esigenze di modernizzazione del Paese.
Come sarà il prossimo anno per l’economia? Crede che siano stati adeguatamente risolti i nodi, anche internazionali, che hanno determinato una crisi così forte? Il mio giudizio sulla crisi tiene conto di due fattori. Da una parte, abbiamo avuto la dimostrazione di quanto la fiducia sia importante. Se le banche, i risparmiatori e gli imprenditori risultano vittime collettivamente di un sentimento di sfiducia sono davvero guai seri. Indubbiamente in un sistema economico di libero mercato è un rischio che si corre e che può creare devastanti ondate di panico collettivo, ma è anche vero che l’irrazionalità è solo una parte del problema. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il disastro è anche causa delle norme che dovevano regolare la finanza globale e che non sono state rispettate. Nel 2009, il G20 di Londra, di Pittsburgh e dell’Aquila hanno visto i governanti concordare sull’individuazione di nuove regole per rendere più efficace il controllo sulla finanza. I dati che arrivano, mi sembra, autorizzano ad un cauto ottimismo, che non è certo una cambiale in bianco, ma devono essere segnali che la politica deve sapere cogliere per governare il cambiamento.
Proprio in considerazione degli effetti della crisi economica globale e dell’alto livello di conflittualità politica oggi esistente, non crede che il rischio maggiore sia quello di perdere l’entusiasmo dei giovani, con il loro fondamentale apporto “creativo” per la costruzione di società responsabili e moderne? Il rischio c’è, ha ragione. E’ un tema (che mi appassiona molto) davvero complesso, che purtroppo non può esaurirsi nello spazio di un’intervista. Quello che posso dirle è che le giovani generazioni, che in un mio recente libro ho voluto chiamare Generazione F, come Futuro, non possono ma, a mio avviso, debbono giocare la partita della costruzione di una nuova libertà, ora e subito. La crisi economica ha acuito il diffondersi della preoccupazione per la precarietà del lavoro, per un futuro incerto, per la vita sempre più cara e questo ha finito inevitabilmente per alimentare un senso di diffusa insicurezza. La sfida che dobbiamo vincere oggi è passare da una società della “paura” ad una società del “rischio”. Tra i due termini esiste una fondamentale differenza. La società della “paura” è un mondo dove le novità sono avvertite come una minaccia e dove il cammino del progresso è più faticoso. La società del “rischio” è invece una società di uomini liberi che vogliono migliorare la loro vita.
E’ colpa della società globale? Proprio la globalizzazione dei processi sociali ed economici è stata la conseguenza prima e più importante della fine della Guerra Fredda e della caduta del Muro di Berlino, di cui abbiamo appena festeggiato il ventennale. Ma, quando cadono le frontiere, c’è sempre il pericolo di un ritorno (più o meno strisciante) a protezionismi, egoismi e xenofobie. Noi dobbiamo saper proporre un modello nuovo di libertà. Dobbiamo convincere i giovani che la garanzia della sicurezza cammina di pari passo con la garanzia della libertà nella quale sono nati e cresciuti: sono beni che debbono essere difesi contro tutte le possibili aggressioni e contro tutti i possibili nemici. In buona sostanza, è necessario che la mia generazione, figlia dell’epoca delle ideologie, si convinca della necessità di concludere con la Generazione F un patto, che sappia interpretare le esigenze del mondo globale e in trasformazione. Un patto non solo connesso ad una riforma complessiva del Welfare, ma che si possa esprimere in tanti altri ambiti e fattori: a partire da un patto di cittadinanza che sappia legare la politica alla società e senza il quale non sarebbe possibile, almeno in Italia, promuovere la percezione di un comune destino tra gli appartenenti alla comunità nazionale.