È Presidente dell’Ente David di Donatello e del Festival Internazionale del Film di Roma. Grande amico fraterno di Vittorio de Sica per il quale ha istituito “Premi Vittorio De Sica”. Decano dei critici cinematografici. Davanti alle sue valutazioni sono passati tutti i film dal 1947 ad oggi.
di Giulio Rosi
Presidente, parliamo dei “Premi Vittorio De Sica”, quest’anno a chi sono stati dati?
Li ho istituiti nel 1975, un anno dopo la sua morte, per ricordare il grande regista che era anche un mio amico fraterno. Cominciai con il cinema e da qualche anno li ho estesi anche alla cultura e alla società. In questi anni ho allineato tutte le espressioni migliori del cinema italiano e anche quelle in Italia ed all’estero dell’architettura, della danza, della pittura, della sociologia e recentemente delle scienze. Un quadro completo della cultura di oggi. Nel 2009 abbiamo premiato (Cinema) a Antonio Albanese, Luca Argentero, Alfredo Bini, Claudio Bisio, Massimo Boldi, Gabriele Ferzetti, Giovanna Mezzogiorno, Ilaria Occhini, Neri Parenti, Marco Pontecorvo, Marco Risi e Jasmine Trinca; inoltre Ricardo Bofill (Architettura), Enzo Cucchi (Arti Visive), Maja Plisetskaja (Danza), Dacia Maraini (Letteratura), Andrea Bocelli (Musica), Moni Ovadia (Teatro), Umberto Veronesi (Scienze) e Mike Bongiorno alla memoria (Società).
Oltre alle opere cosa ci ha lasciato di sé il grande De Sica?
Molte influenze sia nelle forme e nel linguaggio, sia come contenuti. De Sica amava l’impegno e lo ha dimostrato con tutti i suoi film, guardando nella società italiana di allora e dando degli insegnamenti precisi, di fronte alla crisi che cominciava ad affacciarsi. È stato un grande cultore dell’immagine con particolare attenzione ai movimenti di macchina, alla costruzione dei ritmi. I suoi insegnamenti sul montaggio sono rimasti fondamentali e molti lo hanno imitato. Gli italiani sono abbastanza individualisti. Sono dell’opinione che abbiamo avuto molti maestri, ma pochi allievi, che poi sono subito diventati mae-stri. Come amico ricordo la sua grande affettuosità e generosità. Ho frequentato molto la sua casa, specialmente con la sua seconda moglie, la spagnola Maria Mercader e con i figli avuti da lei Manuel e Cristian, eravamo quasi una famiglia, ci incontravamo nelle festività, nelle ricorrenze familiari e nei viaggi. In tutto quello che facevo nel campo del cinema l’ho avuto sempre al mio fianco difendendo le mie posizioni, era amico, sostenitore e difensore. Quando nel 1971 ho diretto per la prima volta la Mostra di Venezia, ero contestato dal gruppo di intellettuali perché volevo realiazzarla senza che ancora ci fosse il nuovo statuto. De Sica è stato al mio fianco come membro della commissione degli esperti e mi aiutò a scegliere i film e controbattere a quanti contestavano le nostre scelte. Assieme a lui c’erano Alessandro Blasetti, Luchino Visconti, Ennio Flaiano, Valerio Zurlini.
In poche parole: chi è il critico cinematografico?
Nel 1947, venivo dal teatro, il mio maestro è stato Silvio D’Amico, ero al suo fianco come collaboratore per la critica teatrale. Poi si ammalò il critico cinematografico del quotidiano dove entrambi scrivevamo, mi fu chiesto di assumere la funzione di critico cinematografico e cominciai a firmare. Avevo una cultura abbastanza vasta. In seguito quando ho tenuto lezioni alle varie università, a chi mi domandava: “Per essere critico cinematografico, cosa bisogna sapere?”, rispondevo che si doveva sapere di pittura, di architettura e di musica. Il cinema raccoglie anche queste arti e se le conosci puoi valutare il film. Bisogna aver visto tanti film, vedendo e scrivendo si costruisce un mestiere che permette di imporsi. Allora eravamo molti ad imporci. Il critico era una figura di primissimo piano nel giornalismo e nella cultura, un suo giudizio determinava il successo o il fallimento di un film. Eravamo degli oracoli, quando parlavamo ci ascoltavano, a volte anche preoccupati. Oggi è finito, siamo, dico, una specie protetta e che viviamo in una riserva, intanto è arrivata la televisione che ha preteso sui giornali molto più spazio. Poi i produttori cinematografici, furbi, hanno prima dell’uscita dei film fatto conferenze stampa proiettando i film a quelli che allora si chiamavano “coloristi” e che noi potremmo chiamare “cronisti”. Questi avevano nei giornali molto più spazio perché intervistavano registi, produttori ed attori. Quando il film usciva il critico era chiamato a scrivere ma ormai se ne era parlato tanto. Io scrivevo delle intere pagine, come feci per un film di Buñuel, ma oggi mi riduco a quaranta righe.
Presidente, hai visto tanto cinema, come è cambiato nel tempo?
Quando ho cominciato c’era il neorealismo, la unica vera, importante corrente nel cinema italiano. Nasceva dalla guerra, dalla resistenza, dalla miseria, era fortemente impegnato sul piano della denuncia e su quello del linguaggio, perché li è nata la povertà voluta in immagini, che dovevano essere scarne, senza orpelli, senza quelle ricerche linguistiche in cui ci si era specializzati nel cinema dell’anteguerra, del fascismo, dei telefoni bianchi. Il neorealismo fu superato per il dissenso del pubblico che diradò la sua presenza. Un grande film come “Umberto D” di De Sica ha avuto uno scarsissimo interesse. La gente optò per un’altro genere, la “commedia all’italiana” in cui dominava il divertimento. Si ebbero film belli ed importanti e grandi autori come Comencini, Monicelli, Risi. Negli anni ‘60 è nato “il cinema civile” che ricordava il neorealismo, con Francesco Rosi, Pietro Germi, Damiano Damiani ed Elio Petri i quali, nonostante il boom economico, evidenziarono alcuni guasti della società italiana generando polemiche. Accanto a loro, oltre a Visconti, Blasetti ed altri, si affacciava la personalità inimitabile di Federico Fellini, poi ci fu Bertolucci e oggi troviamo, con un’attenzione ai problemi quotidiani Matteo Garrone con “Gomorra”, un’opera importante, che ricorda un po’ il neorealismo di Rossellini e il cinema civile di Rosi. Salvatores è uno degli autori più interessanti, tende la letteralietà, ma ricordiamo un altro Oscar italiano, Giuseppe Tornatore, che dopo “Nuovo Cinema Paradiso” si è imposto con film qualificati legati alla sua autobiografia. Comunque il cinema italiano ha fatto scuola nel mondo.