Le interviste sono pubblicate integralmente come inviate dall’intervistato
Emanuele e Francesco siete Bellamorèa? Cioè?
Emanuele spiega che il nome “Bellamorèa” deriva dalla traduzione italiana di “Bukura More”, un canto Arbëreshë. Morèa è il luogo da cui venivano la maggior parte degli Arbëreshë che oggi si trovano in Italia Meridionale. Un omaggio al nostro paese di origine, San Michele di Ganzaria (CT), colonizzato anche da greco-albanesi. Francesco spiega che “Bellamorèa” è il luogo in cui due fratelli come noi, mettono in dialogo le proprie vite, competenze e sensibilità. Emanuele dice che Bellamorèa è musica, ma anche parola, memoria, impegno civile e visione educativa. Emanuele dà forma al suono, alla composizione, alla ricerca musicale; Francesco porta la narrazione, il giornalismo, l’attenzione al sociale e all’inclusione. Insieme cerchiamo di costruire un progetto che racconta l’essere umano nella sua complessità, affrontando temi come la legalità, la migrazione, la guerra, la memoria storica, la disabilità, l’identità culturale. Per noi Bellamorèa è un ponte tra arte e responsabilità, tra tradizione e contemporaneità, tra Sicilia e mondo.
Quando nasce e perché?
Emanuele racconta che Bellamorèa nasce nel 2019 da un’esigenza profonda, quella di trasformare la musica in uno strumento di racconto e di coscienza. Non nasce per inseguire mode o classifiche, ma per dare voce a storie spesso dimenticate, a persone invisibili, a ferite collettive che meritano memoria. Con il tempo, il progetto si è evoluto e strutturato, fino a diventare anche un percorso educativo e culturale, come dimostra il progetto Med World Tour, fondato su studi e ricerche etnomusicologiche. L’obiettivo – dice Francesco – è salvaguardare e valorizzare la musica popolare del Mediterraneo, portandola nei teatri, nelle scuole, nelle comunità italiane all’estero. Emanuele dice che Bellamorèa nasce perché la musica può ancora avere un senso, una funzione sociale, una responsabilità. Nel 2021 abbiamo ricevuto riconoscimenti da parte di Papa Francesco e dal Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella per il loro impegno morale, civile e professionale. Abbiamo avuto l’onore di aver collaborato con artisti del panorama nazionale ed internazionale: Maria Grazia Cucinotta, Leo Gullotta, Nancy Brilli, Nino Frassica, Tony Sperandeo, Roberto Lipari, Andrea Tidona, Gianfranco Jannuzzo, Tuccio Musumeci, Roy Paci, Uccio De Santis, Giovanni Cacioppo, Lucia Sardo, Phil Palmer, Domenico Centamore e tanti altri.
La vostra musica è italiana, ma i successi sono in tutto il mondo: in quale Paese è più amata?
Emanuele spiega che la musica dei Bellamorèa è profondamente italiana e siciliana nelle radici, ma universale nel linguaggio. Proprio per questo abbiamo trovato ascolto e accoglienza in molti Paesi del mondo: dall’Europa alle Americhe, fino al Giappone e al Nord Africa. Francesco dice che la musica dei Bellamorèa è particolarmente amata nelle comunità italiane all’estero, dove diventa un legame emotivo fortissimo con la terra d’origine. In questi contesti, la musica non è solo spettacolo, ma memoria viva, identità condivisa, casa lontano da casa. Allo stesso tempo, Spiega Emanuele che Bellamorèa viene compresa anche da chi non parla italiano o siciliano, perché le emozioni, le storie e i temi affrontati superano i confini linguistici. È lì che la musica dimostra la sua forza più grande: riuscire a unire popoli diversi attraverso un sentire comune.
DUE FRATELLI UNITI NELLA E DALLA MUSICA MA DIVERSI NELLA LORO VITA LAVORATIVA
FRANCESCO BUNETTO
Francesco, coordinatore didattico, cioè?
Essere coordinatore didattico del Liceo delle Scienze Umane significa assumersi una responsabilità che va ben oltre l’organizzazione scolastica. Vuol dire prendersi cura delle persone, dei percorsi formativi e delle relazioni che attraversano la scuola ogni giorno. Il coordinatore didattico è un punto di riferimento per docenti, studenti e famiglie: progetta, monitora, accompagna, ascolta. Nel mio caso, questo ruolo ha significato tenere insieme visione pedagogica e gestione concreta: dall’elaborazione dei piani educativi alla supervisione dei processi inclusivi, dalla formazione dei docenti alla costruzione di un clima scolastico basato sul rispetto e sulla partecipazione. È un lavoro fatto di responsabilità, ma soprattutto di presenza costante. La scuola, per me, è un organismo vivo che va accompagnato con competenza e umanità.
Sei anche un esperto in Scienze Umane e Lingua dei Segni?
Le Scienze Umane rappresentano la mia formazione di base e il mio modo di leggere il mondo. Psicologia, pedagogia, sociologia e antropologia sono strumenti indispensabili per comprendere l’essere umano nella sua complessità, soprattutto nei contesti educativi. La Lingua dei Segni Italiana (LIS), invece, è stata una scoperta che ha cambiato profondamente il mio sguardo. Non è solo una lingua, ma una cultura, una comunità, un modo altro di abitare la comunicazione. Studiare e insegnare la LIS mi ha insegnato che l’inclusione non è uno slogan, ma una pratica quotidiana fatta di scelte, attenzione e rispetto. Ancora oggi formo educatori, docenti e operatori sociali, convinto che l’accessibilità linguistica sia uno dei pilastri fondamentali per una società davvero inclusiva.
Alle attività educative unisci anche il giornalismo?
Sì, perché considero il giornalismo una naturale estensione dell’educazione. Informare significa formare, dare strumenti critici, creare consapevolezza. Attraverso il mio lavoro giornalistico racconto storie che riguardano la scuola, la disabilità, l’inclusione sociale, la cultura e i diritti, dando voce a realtà spesso invisibili. Questo stesso approccio narrativo entra anche nel progetto musicale Bellamorèa. Molti brani nascono da storie che ho raccolto, ascoltato e raccontato, poi trasformate da mio fratello Emanuele in musica, canzoni e videoclip. È un lavoro corale in cui parola, immagine e suono diventano strumenti di memoria e cambiamento.
Quale musica è più adatta come “fonte educativa”?
La musica che educa è quella che pone domande, che apre spazi di dialogo e riflessione. Durante gli incontri nelle scuole e nei convegni utilizziamo i nostri brani inediti come veri e propri strumenti didattici. Ogni canzone affronta un tema attuale, la legalità e le vittime innocenti di mafia con “Nun c’è chi diri”, la violenza di genere e il coraggio delle donne con “Gammazita”, la guerra e il dolore dei conflitti con “Vinni l’amuri”, la discriminazione e l’inclusione sociale con “Caminanti, l’incontro tra culture con “Mediterraneo”, la rieducazione sociale con “Curri Vuci”, la memoria dell’Olocausto con “Fuori Campo” ecc. La musica diventa così un linguaggio universale capace di coinvolgere emotivamente e stimolare il pensiero critico.
La lingua dei segni: oggi in Italia quanti sono i sordi?
In Italia si stima che circa 40.000 persone utilizzino quotidianamente la Lingua dei Segni Italiana, mentre oltre 100.000 persone – incluse molte udenti – ne hanno competenza. A queste cifre si aggiungono diverse centinaia di migliaia di persone sorde dalla nascita o in età precoce. Non esiste una distinzione di genere: uomini, donne, bambini e bambine condividono lo stesso diritto fondamentale, quello di essere compresi, riconosciuti e messi nelle condizioni di comunicare pienamente. La LIS non è un’alternativa, ma una ricchezza culturale e linguistica che merita pieno riconoscimento.
Fra tutte le tue esperienze lavorative, quale senti più tua?
L’educazione inclusiva. È il luogo in cui tutte le mie competenze si incontrano davvero: la pedagogia, la comunicazione, il giornalismo, l’arte. È lì che sento di poter generare un impatto reale, accompagnando persone e comunità verso una maggiore consapevolezza e giustizia sociale.
Che musica ti piace di più? E l’opera?
Amo la musica che nasce dalla tradizione e riesce a rinnovarsi senza perdere autenticità. La musica popolare, quella colta, la musica d’autore: tutto ciò che ha radici profonde e uno sguardo contemporaneo. I brani dei Bellamorèa non sono semplici produzioni artistiche, ma parti della mia vita. Ogni canzone è legata a una storia, a un incontro, a un’esperienza reale.
La musica vi unisce, ma qualche volta vi divide?
La musica ci unisce sempre nei valori. Il confronto, anche quando è acceso, è una forma di crescita. Nella vita privata siamo persone diverse, con caratteri e ritmi differenti. Ma proprio questa diversità rende Bellamorèa un progetto vivo, autentico, capace di evolversi senza perdere la propria identità.
EMANUELE BUNETTO

Emanuele, insegnante, esperto di musica e canto: cioè?
Vivo la musica come studio, pratica quotidiana e trasmissione. Insegnare musica non significa solo insegnare uno strumento o una tecnica, ma educare all’ascolto, alle emozioni, alla consapevolezza di sé. Attraverso il suono accompagno gli studenti in un percorso di crescita personale e artistica, in cui la musica diventa linguaggio dell’anima.
Anche “operatore di accoglienza”: cosa significa?
Essere operatore di accoglienza significa lavorare con le persone, soprattutto nei contesti educativi e sociali, creando spazi sicuri di ascolto e integrazione. La musica, in questo senso, è uno strumento potentissimo: spesso è il primo ponte tra mondi diversi, tra storie che sembrano lontane ma che trovano nel suono un terreno comune. Da diversi anni ho l’opportunità di insegnare musica agli ospiti della Casa Circondariale di Caltagirone. I detenuti partecipano ad un percorso educativo e credo fortemente che la musica possa essere uno strumento utile per emozionare e crescere.
Suoni tantissimi strumenti: cosa li unisce? Quale preferisci?
Ciò che unisce tutti gli strumenti è il respiro. Ogni strumento è una voce diversa della stessa anima, un modo differente di raccontare emozioni. Sono laureato al Conservatorio in chitarra, che resta il mio primo amore, ma ogni strumento come il pianoforte, la fisarmonica e qualche strumento a fiato, hanno qualcosa di unico da dire e mi permettono di esplorare nuovi territori sonori.
Sei compositore: cosa ti ispira? E della storia chi vorresti essere stato?
Mi ispira l’essere umano, la tradizione popolare, le storie dimenticate. Amo dare voce a ciò che rischia di andare perduto. Tutti i brani che scrivo per Bellamorèa hanno avuto una fonte di ispirazione che hanno dipeso spesso dai miei stati d’animo. Altri per raccontare storie di forza e coraggio, ma anche di denuncia sociale e di legalità. Se potessi scegliere, avrei voluto essere un artigiano della musica: uno di quelli che tramandano sapere, emozioni e cultura senza bisogno di clamore, ma con la forza silenziosa della verità.
Il canto cos’è?
Il canto non è solo tecnica o interpretazione: è un atto di verità. È il luogo in cui il corpo, l’anima e il pensiero si incontrano, dove la fragilità diventa forza e la voce diventa identità. Ancora oggi, ogni volta che canto, torno a quel bambino che cercava un modo per esprimersi e per sentirsi nel mondo. E in quel gesto continuo a ritrovarmi.
Com’è cambiata oggi la musica?
Oggi la musica è più accessibile e veloce, ma spesso più fragile. Il rischio è perdere profondità e ascolto. Il nostro compito, come musicisti ed educatori, è restituire tempo e senso alla musica, riportarla a essere esperienza e non solo consumo. Stessa cosa vale sui testi. Tanti giovani artisti provano a cimentarsi nella poesia. E fanno bene. Altri invece rischiano di essere superficiali. Peccato. Penso che la responsabilità sia anche nella scuola. Un ritorno al passato dal punto di vista poetico o lo studio testuale e musicale dei cantautori internazionali per gli alunni e studenti potrebbe essere davvero una rivoluzione della musica educativa.
Che musica ti piace di più? E l’opera?
La mia formazione e il mio ascolto si muovono principalmente tra Blues, Rock e Pop, tre linguaggi diversi ma profondamente connessi. Il Blues è la radice emotiva: nasce dal dolore, dalla resilienza, dal bisogno di raccontarsi. Il Rock rappresenta l’energia, la ribellione consapevole, la necessità di affermare la propria identità e di rompere schemi quando diventano gabbie. Il Pop, invece, è la capacità di comunicare, di arrivare a tutti senza rinunciare al contenuto, trasformando un messaggio profondo in un linguaggio accessibile. Questi generi hanno influenzato il mio modo di comporre e di interpretare: mi interessa una musica che parli alle persone, che sappia essere intensa ma anche condivisibile, capace di emozionare senza allontanare. Per quanto riguarda l’opera, non è un linguaggio che sento mio. Sul Requiem di Mozart riconosco una grandezza assoluta: è un’opera potentissima, capace di trasformare il dolore e il mistero della morte in una preghiera universale, pur restando distante dal mio sentire musicale quotidiano.
La musica vi unisce ma vi divide?
La musica ci ha unito ancora di più. Bellamorèa non è solo un progetto artistico, ma un progetto di vita. Anche se siamo due persone con percorsi diversi, sul palco diventiamo una sola voce che dialoga, racconta e condivide. Il progetto discografico Bellamorèa ci ha costretti a guardarci dentro, a confrontarci, a riconoscere le nostre differenze senza paura. È il luogo in cui le nostre strade personali, a volte lontane, tornano a incontrarsi con verità. Sul palco non siamo solo due fratelli che suonano: siamo due vite che si affidano l’una all’altra. La musica ci unisce perché ci ricorda chi siamo, da dove veniamo e perché continuiamo a camminare insieme, anche quando il silenzio sarebbe più facile.





